12/23/2015 - 10:45am      10:45

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LA STORIA DELLE VIGNE SECOLARI RINATE ALL'OMBRA DI "CASTEL DEL PORCO"


Ritratto di Mavi
Mavi
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1979

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Italiano

Un destino segnato il suo: uno stendardo bianco e un castello su di uno sperone roccioso, e una vallata di filari d'uva abbandonati da cinquant'anni. Questa è l'eredità che Florian Brigl ha ricevuto da suo nonno. La tenuta Kornell ormai da oltre dieci anni è in mano a lui, ultimo discendente chiamato a continuare una tradizione secolare. Eredità particolare e prestigiosa, tra botti di legno dove ora è in maturazione il vino rosso della scorsa annata. Florian ne racconta le origini. «La storia di queste terre risale al 1400, si pensa che già all'epoca venisse coltivata la vite nella zona di Settequerce. Inizialmente c'erano due masi che poi sono stati unificati e hanno dato origine alla casa così come appare oggi». Poi un'epopea che ha visto nobili propietari succedersi e che arriva fino al nonno di suo padre che ha comprato la proprietà sul finire degli anni '20.

Florian oggi gestisce insieme alla sua squadra 15 ettari di vigneti e produce vini bianchi e rossi di qualità. Sulla strada che collega Terlano a Bolzano lunghe distese di filari e frutteti si susseguono armoniosamente, circondati dalle montagne che fanno da cornice. Su uno sperone roccioso il castello Greifenstein che in zona è conosciuto con il nome "castel del Porco", un complesso di rovine medievali, si erge in alto e sovrasta il paesaggio. Uno stendardo bianco indica la svolta per entrare nella tenuta.

Quando ha iniziato la sua avventura, Florian ha dovuto rimettere in piedi l'azienda che era stata dismessa tra gli anni '50 e '60, abbandonata a mezzo secolo di buio, silenzio e gramigne per via di attriti familiari combinatisi alla crisi del settore vinicolo. Quando ha iniziato a rilanciare l'azienda, l'erede vendeva solamente l'uva. In seguito ha scoperto la passione della vinificazione e ha ridato prestigio alla tenuta riportando vita e odori pungenti nelle cantine. «Ero un classico bevitore di birra – ammette sorridendo – non sono sempre stato appassionato di vino. Poi è nato l'interesse e l'idea di ricominciare. All'inizio non sapevo cosa mi aspettava, non conoscevo il potenziale della zona. Vendendo l'uva e non producendo vino perdi la conoscenza del tuo terreno».

Si guarda intorno, nella fredda cantina con le botti di legno, e indica diversi punti. «C'erano tutte le strutture, mi ricordo ancora abbandonati lassù tini e vasche di cemento. Abbiamo dovuto rifare tutto nuovo. Se lasci la botte a secco, dopo un anno diventa inutilizzabile e quelle botti erano state ad aspettare un'altra vendemmia per più di cinquant'anni. Avevo davanti un potenziale immenso ma era tutto fermo, sepolto sotto polvere e ragnatele. Il mio prozio un giorno aveva smesso e aveva abbandonato tutto da un momento all'altro, ha chiuso la tenuta ed è andato via».

Gli brillano gli occhi quando parla di vini, quando è indeciso se è preferibile un pinot nero o un merlot da degustare la sera con gli amici. Guarda al futuro adesso con lo sguardo appassionato di chi ha intrapreso quello che lui definisce il proprio destino. «Vogliamo aumentare la produzione, con la speranza di tramandare un giorno l'azienda ai miei figli. Spero che si appassionino, non voglio costringere nessuno, solo perchè è una tradizione familiare, a non seguire la propria strada. In tedesco si dice Beruf, è il lavoro che scegli e coincide con il tuo destino».

 

(Foto Davide Perbellini


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